Perché siamo gentili?

Si è da poco conclusa la Giornata Mondiale delle Gentilezza, ma in Italia viene individuata un’intera settimana in cui si sottolinea l’importanza di questo modo di relazionarsi. In genere ci aspettiamo dagli altri della gentilezza e in questo particolare momento storico, forse la ricerchiamo più di prima. Perché siamo gentili? E con chi siamo gentili?

Come per altri comportamenti, anche la gentilezza ha una storia che ci accompagna nella nostra evoluzione. Per sopravvivere abbiamo appreso che vivere in gruppo e cooperare (allearsi per raggiungere un obiettivo comune) sono ottime strategie. Tra le dinamiche relazionali che esistono nei membri di un gruppo, la gentilezza permette di avere interazioni pacifiche e positive. Essere gentili, tuttavia, non è sempre facile! Cosa ci motiva ad esserlo? L’evoluzione ricompensa questo comportamento facendoci provare effetti benefici, come felicità e soddisfazione personale. In questo modo, essere gentili e aiutare gli altri ha effetti positivi anche su noi stessi.

Generalmente siamo portati ad essere gentili con la maggior parte delle persone. I ricercatori che hanno studiato queste particolari situazioni, hanno individuato che:

  • siamo gentili con i nostri consanguinei: questa forma di gentilezza, legata alla cura, all’amore e all’empatia, nasce dalla necessità di proteggere e portare avanti i propri geni.
  • siamo gentili con persone con cui condividiamo un interesse, come i membri di un gruppo a cui apparteniamo. Questa necessità nasce dalla volontà di difendere interessi comuni. I primi esempi di questa cooperazione li troviamo nei gruppi primitivi di caccia e difesa.
  • Tendiamo ad essere gentili con persone che hanno più probabilità di ricambiare il favore in futuro. In questo caso si parla di altruismo reciproco ed è la tendenza che ci aiuta a creare nuove amicizie!
  • Non sempre l’altruismo e la gentilezza sono afinalistici: in alcuni casi, li usiamo per dare un’impressione positiva di noi al gruppo a cui apparteniamo oppure a potenziali partners. Per questo mettiamo in atto comportamenti eroici, cavallereschi per esempio. In questo caso, usiamo la gentilezza per innalzare il nostro status sociale.

Questa grande varietà di ricerche ha indagato la correlazione tra gentilezza e benessere, riconoscendo i benefici legati all’essere gentili verso gli altri. Ma quanto riusciamo ad essere gentili verso noi stessi?

Da alcuni studi è emerso che la gentilezza verso sé stessi rientra in un costrutto più ampio, quella della self-compassion. La gentilezza verso sé stessi si contrappone a giudizi negativi e critiche verso sé. Essere gentili verso sé stessi non si traduce in una passiva accettazione e giustificazione di azioni che non consideriamo corrette (il mancato raggiungimento di un obiettivo, per esempio), ma nell’incoraggaimento al guardare questi eventi con gentilezza e pazienza.

Ricapitolando, essere gentili è una necessità per star bene nelle relazioni con gli altri. Aiutare gli altri…aiuta noi stessi! Il rapporto con sé stessi non è invece così automatico: concedersi uno sguardo gentile spesso è un’azione da allenare. Come ogni allenamento, avere un riferimento nel percorso può essere utile, soprattutto se questi pensieri di autocritica diventano molto presenti (rivolgetevi sempre a professionisti, non si gioca con la salute!). Un primo atto di gentilezza verso sé può essere proprio quello di concedersi di chiedere aiuto.

Bibliografia:

  • KRISTIN NEFF (2003) Self-Compassion: An Alternative Conceptualization of a
    Healthy Attitude Toward Oneself, Self and Identity, 2:2, 85-101, DOI: 10.1080/15298860309032
  • Curry S. O., Rowland L. A., Van Lissa C. J., Zlotowitz S., McAlaney J., Whitehouse H., (2018); Happy to help? A systematic review and meta-analysis of the effects of performing acts of kindness on the well-being of the actor. Journal of Experimental Social Psychology 76 (2018) 320–329

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